sto arrivando...

13 Maggio 2020

Ci saremmo dovuti fermare a quell’abbraccio.

Quell’abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre. In quell’abbraccio un intero paese, collegato in diretta tv, ritorna al mondo e si sente consolato, confortato. È la prima vera buona notizia dopo due mesi di spaesamento per la peggiore crisi sanitaria di quest’epoca. Fine.

Invece l’arrivo di Silvia Romano a Ciampino più che una liberazione è stata una gogna. Dopo essere stata di fatto dimenticata per mesi dai mezzi d’informazione, dalla politica e dall’opinione pubblica, la ragazza, il suo corpo, il suo sorriso, il modo in cui è vestita sono improvvisamente scandagliati e fatti a pezzi dallo sguardo feroce dei commentatori che la colpevolizzano, la criminalizzano ben prima di sapere cosa le sia successo e senza nessun riguardo per la violenza che ha vissuto.

Le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam. Informazioni che sarebbero dovute rimanere riservate per lungo tempo, innanzitutto e perlopiù per ragioni di sicurezza.

Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia. Nessuno si chiede quale sia stato il ruolo dei mezzi d’informazione invece nell’esaltare quel messaggio di propaganda. Ancora di più infastidisce il fatto che pur essendo una vittima, quella donna non mostri le sue ferite, non indugi sullo stereotipo della vittima, non pianga, non si lamenti e non mostri il dolore che ha provato, anzi si presenti in pubblico con un sorriso, lo stesso che si vedeva in alcune vecchie foto prima del rapimento. Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata”.

Posted in Attualità
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